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Sereno (fin troppo) variabile

Era il 15 ottobre l’ultima volta che ho scritto qui.

Me la ricordo bene quella mattina: mi sono alzata presto anche se non avevo impegni prima delle 11, perché volevo scrivere e prepararmi bene per gli incontri della giornata. Ho preso la mia Seicento (ma ve l’avevo scritto che dal 2 ottobre sono diventata la proprietaria ufficiale della Seicento dei miei suoceri? È vecchietta e ammaccatella, ma è la mia prima auto e quando la guido mi sento meglio di Thelma&Louise) e sono andata in paese, ho preso accordi per partecipare alla Fiera della Creatività di fine novembre, ho ripreso i contatti con una persona con cui mi piacerebbe organizzare qualche evento culturale, e prima di tornare a casa mi sono fermata a fare la spesa. Sulla soglia del supermercato ho incontrato un amico, ci siamo aggiornati sui rispettivi affanni e programmi, ci siamo lasciati con un sorriso e una carezza sul cuore, pronti a rituffarsi nei propri impegni. A casa ho messo a posto la dispensa e ho iniziato a prepararmi il pranzo, e mentre aspettavo che fosse pronto ho buttato un occhio a Facebook: la prima notizia che ho letto titolava “È di San Vincenzo il ragazzo precipitato dalla finestra a Milano” e già lì un colpo al cuore.

Uno sguardo alla foto, e il cuore si è sbriciolato in un attimo: Elia, uno dei miei alunni più amati, nonché il figlio della mia cara Sara. Elia, che avevo visto crescere tra i ragazzi allenati da Riccardo, che avevo minacciato in tutti i modi quando giocando a pallone sulla spiaggia rischiava di coprire di sabbia me, e cosa più grave, il mio libro (e, col tempo, il mio Kindle). Elia, l’unico che fosse riuscito a farmi rispolverare un po’ di latino per aiutarlo a preparare un’interrogazione in prima liceo. Elia, col sorriso grande e lo sguardo serio, un grazie sempre in bocca. Con lui avevo trascorso l’estate, a prepararci per gli esami di riparazione a settembre, e i suoi ultimi messaggi erano stati per informarmi che aveva superato l’esame, pieno di faccine e cuoricini. Era Elia il ragazzo di cui avevo sentito parlare alla radio e che distrattamente avevo ricollegato al caso del ragazzo morto nello stesso modo a maggio. Elia non c’era più, morto in un modo straziante.

Non è stato facile per nessuno, che ve lo dico a fare. Delle ore successive a questa notizia ricordo pochissimo, giusto il tamtam di messaggi con gli amici per cercare di capirci qualcosa, ma soprattutto per cercare di sentirsi tutti un po’ più uniti in un marasma del genere. Ricordo M. che ha cancellato la sua visita dalla fisioterapista per rientrare a casa subito dopo il lavoro, per non lasciarmi sola. Ricordo il suo sguardo e il tuffo tra le sue braccia, la nausea davanti ai programmi di Barbara D’Urso e simili, la sensazione di essere tutti troppo fragili per poter pretendere di far andare la vita come vogliamo. Ma il peggio è venuto dopo, davanti agli sguardi degli alunni che lo conoscevano: lo conosco bene quello sguardo, perché anch’io ho perso un amico a 17 anni, e a quell’età, se hai ancora la speranza che ci possano essere delle risponde a cose del genere, le cerchi negli adulti che hai intorno, genitori, fratelli maggiori, educatori. Da me le risposte non le hanno trovate, in compenso abbiamo pianto tanto insieme. Abbiamo parlato, condiviso ricordi belli del nostro piccolo grande Elia, ci siamo promessi di far tesoro della vita in ogni attimo. E il funerale, una settimana dopo, è stato triste da spaccare il cuore, ma anche pieno di amore, di canti alla vita e alle cose che Elia aveva in comune coi suoi amici. Quando è morto il mio amico Massimo mi ero ripromessa che, se un giorno avessi avuto un figlio, lo avrei chiamato come lui. Negli anni questa opzione è stata scartata, prima per via di un cognato e dopo di un compagno con lo stesso nome. Mentre rientravo dal funerale ho pensato che il nome Elia sarebbe suonato bene insieme al cognome di M. E per la prima volta in una settimana ho avuto voglia di guardare avanti senza paura. Sorvoliamo sul fatto che a M. il nome Elia non piaccia per niente, mi sembra un problema del tutto marginale, non credete?

Siamo fatti anche di piccoli raggi di sole.

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Mi piacerebbe dire che la mia vita ha ripreso il suo corso con più pienezza di prima. Purtroppo non è stato così. Ci sono state un po’ di sfighe (il cellulare fracassato, alcuni pagamenti che ritardano, l’ansia di non avere una lira da parte, un po’ di preoccupazioni e qualche altra perdita) e tanta, tanta stanchezza. Eppure non ci si può fermare, no? Sembra proprio che non si possa mettere la vita in stand-by per più del tempo di un’influenza… ci sono la mia scuola, la scuola di scrittura creativa, e anche À la carte, il micro-laboratorio di carta riciclata che M. e io abbiamo costruito in taverna, e che sta per approdare su A Little Market.

Mi sento un po’ immersa in un liquido denso, ma sapere che oltre alle batoste posso dare la colpa alla luna di questo periodo mi fa stare un po’ meglio: è da qualche mese che ho voglia di guardare verso le mie radici, di tornare a meditare e prendermi cura di me in modo profondo. Sto cercando di avvicinarmi al metodo Mindfulness e, seppur a distanza, la presenza di Ilaria Ruggeri nella mia vita sta portando quella ventata di spiritualià di cui avevo bisogno. Questa fase lunare mi spinge a guardare in faccia le mie paure

Se mi seguite su Instagram avete visto che le cose che mi ispirano di più al momento sono il cibo e la natura. Non ho ancora trovato né il tempo né i soldi di iscrivermi in piscina (però ho fatto l’ECG che mi serviva per richiedere il certificato medico per l’iscrizione… e cosa mi hanno detto? “Signora, un po’ ansiosetta, eh?”), dobbiamo ordinare delle librerie per fare posto a tutti i miei libri, che da quando ho preso ufficialmente la residenza qui implorano a gran voce il ricongiungimento familiare. Già, ho preso la residenza qui. Dopo due interi anni di convivenza ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti: “Ma non è l’ora di cambiarlo, quell’indirizzo sulla carta d’identità?”. E allora il 31 luglio siamo andati in comune e l’abbiamo fatto. Quando siamo usciti piangevo come se ci fossimo appena sposati. Non c’era nessuno ad applaudire e lanciare riso, ma è stato emozionante lo stesso. Adesso ogni tanto mi arriva della posta qui, e continua a essere una piccola sorpresa. Insomma, tra poco arriveranno librerie nuove e valanghe di vecchi libri.

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Piccole cose che mi consolano, mi accendono a sprazzi: un’agenda Filofax più grande di me, pennarelli e album da colorare per adulti, washi tape e profumatissimo tè proveniente dal viaggio di nozze a Mauritius dei miei cognati. Non ho più paura di usare le mie scorte di adesivi, penne e quadernetti, adesso uso tutto quando mi va, perché ciò che è arrivato nella mia vita per darmi gioia deve poter essere libero di darmela!

Allora ho iniziato a usare per il progetto #listersgottalist il primo dei 7 quaderni del kit Bouquet Fabriano. Mi diverto da morire! Ogni sera mi bastano cinque minuti per completare il compito del giorno, ma è una piccola attenzione che mi dedico e mi fa stare bene. Ah, e ho iniziato un corso di calligrafia. Avevo già provato a fare da sola, prima con libriccini vari e poi col corso di Chiara, ma ho bisogno che qualcuno mi accompagni, almeno nei primi passi. Sono una pippa, ma mi diverto. Come vedete, anche se il settore beauty/fashion occupa un millesimo della mia vita attuale (un po’ per noia, un po’ per mancanza di fondi, un po’ perché in altre faccende affaccendata…), esisto ancora. Ed è bello venire qui a fare quattro chiacchiere, anche intime, anche dolorose, come è sempre successo da quando sono online.

Eh, come dite? L’avete notato anche voi? Sì, sotto quella valanga di washi tape ci sono le prove di quello che sarà il logo di Mix&Match. Perché dopo quasi 7 anni di onorato servizio, un logo se lo meritava davvero. E perché in tutto questo periodo di rimescolamenti interiori ed esteriori non poteva uscirne indenne: allora ho deciso che, dato che Mix&Match è la mia voce, ha il diritto di tornare a rispecchiare un po’ tutto quello che mi piace. E allora sono andata dal grafico più bravo e più simpatico della mia zona, gli ho chiesto una mano e lui me ne ha date due… 🙂

Non potendo lanciare la nuova versione di me, mi accontento di preparare il lancio della nuova versione del blog. Non so quando, so abbastanza bene come… sono vent’anni che mi sento dire: “Ma quante ne fai?” e non mi sono ancora stancata di rispondere. Quando mi capitano questi momenti di fiacca soppeso l’ipotesi di dover mollare qualcuna delle mie attività, ma neanche stavolta è arrivato il momento: non voglio rinunciare a niente di ciò che mi fa stare bene. Sono impegni, ma non sono incombenze. Neanche il mio lavoro, che è l’unica delle necessità pratiche che occupano le mie giornate, è un’incombenza, perché lo amo nel profondo, figuriamoci se possono esserlo tutte le altre cose che scelgo di far entrare nella mia vita. Quando mi sento troppo stanca per stare dietro a tutto vuol dire semplicemente che sono stanca. Allora mollerò un po’ la presa, mi metterò in poltrona con un libro e una tisana e aspetterò che le energie tornino al loro posto. Come sempre. 

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