... and more

Di Whitney Houston e di quando le bambine diventano adolescenti

Avevo un altro post in testa per oggi, ma ieri mi sono svegliata con la notizia della morte di Whitney Houston e allora, giusto per arrivare dopo la musica, ho deciso di dedicare questo lunedì a lei e ai ricordi legati a quella splendida voce che si portava dietro.
Il primo ricordo è, intanto, la ressa in quel cinema l’anno in cui uscì The Bodyguard e io, 12 anni appena compiuti, pur di non rinunciare alla visione del film trascinai mamma e l’amica Benedetta (forse c’era anche Giulia, anzi, sono quasi sicura che ci fosse anche lei) nell’unico luogo della platea dove fossero rimasti dei posti a sedere contigui: in prima fila. In 31 anni di vita non ho mai assistito alla proiezione di un film in una posizione così scomoda (a uno spettacolo teatrale sì, quando andai a vedere Paolini che portava I cani del Gas al Teatro Verdi di Pisa: loggione laterale, seconda fila. Non solo non si vedeva niente, ma si sentiva anche poco e c’era pure un caldo della miseria), neanche quando mi sparai Jurassic Park sugli scalini dell’uscita d’emergenza. Però non c’è minuto che io non abbia amato di quel film. Perfino la battuta che lì per lì non capii, e che faceva più o meno così: “Il maniaco si è introdotto in casa sua, si è masturbato nel suo letto e se n’è andato”. Ecco, io non capivo come avessero fatto a capire che si fosse masturbato. Avevano forse delle telecamere nascoste? Allora se erano servite a vedere cosa aveva fatto, perché non erano buone per vedere che faccia avesse questo tizio? Dopo aver perso circa cinque minuti in elucubrazioni del genere, misi via la faccenda e mi dedicai di nuovo al film. Per diversi anni non ci ho pensato, finché una sera, la classica sera tra universitari ammucchiati su divano e pavimento, con birre alla mano e posacenere straripanti, nell’ambito di una conversazione dal tema “Battute di film che non ho mai capito”, non mi è tornata in mente. Ma prima ancora di arrivare alla fine della battuta, Biancaneve si svegliò: “Oh, mi sa che l’ho capita solo ora”. Be’, meglio tardi che mai.
Ma insomma, il punto è un altro: la mia amica Veronica e io da quel momento in poi trovammo una nuova colonna sonora ai nostri pomeriggi di gioco (sì, io ho giocato fino alla fine della terza media. Complice anche il fatto che Veronica avesse 4 anni in meno di me e abitasse nel palazzo accanto al mio, i miei pomeriggi casalinghi erano: compiti-gioco-merenda-gioco): a dare tregua alle musicassette di Jovanotti, Lisa Stansfield e gli Europe, era arrivata quella di Whitney Houston. E giù a cercare di cantare I will always love you. Qualcuno ci aveva messo in testa che i cantanti, quando provano, ascoltano la base con una cuffia e lasciano l’altro orecchio libero, per sentire la propria voce. Noi la base non ce l’avevamo, ma attaccavamo le auricolari alla radio (la stessa con cui, più o meno nello stesso periodo, avevo iniziato ad ascoltare Radio DeeJay), mandavamo avanti o indietro veloce fino al brano del nostro cuore e, un orecchio libero a testa, ci scatenavamo con gli acuti. Senza riscaldare la voce, senza avere altre nozioni di musica che la scala sul pianoforte di mio zio e quelle tre strimpellate di flauto dolce a scuola, ché pareva di essere alla stazione quando passa l’accelerato. Noi due in una stanza in silenzio, a muoversi come grandi cantanti soul -ma incatenate alla radio, come un guinzaglio con poco gioco- e poi all’improvviso una gran serie di miagolii, stridii e dispiegamenti di polmoni. Credo che mio nonno, qualche anno dopo, non sia morto per cause naturali, ma che si sia suicidato.
Però, quando entrava quella botta di batteria, e sembrava che ti si accendessero dei gran riflettori davanti e ci fosse una platea urlante davanti a te, quello era il momento di dar fondo all’ultima riserva di voce  end aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaai uill olueis looooooooov iuuuuuuuuuuuu ci sentivamo proprio dive, di quelle vere, con i tacchi alti e non le babbucce da casa, i microfoni e non i pennarelli Carioca. A un certo punto ho collegato la portentosa durata dell’acuto a quel vibrare del mento che si vede così bene nel video, quando lei è in mezzo alla neve: ho provato tanto a imitarlo -sempre senza alcuna nozione di canto, of course– e il risultato è stato solo quello di dissimulare la commozione quando arrivavo a quel punto del brano. Sì, perché ci sono canzoni che non riesco a cantare senza commuovermi, ogni volta, anche se le canto da 20 anni. E I will always love you è una di queste.
Per anni ho desiderato quel caschetto. Io che avevo una chioma riccia fin quasi al sedere, vedevo quel caschetto mosso come una vera magia: se una donna di colore, con capelli geneticamente tendenti al crespo, era in grado di gestirlo, perché non io? Quando l’ho ottenuto, ho capito la differenza tra un buon taglio e uno staff di acconciatori che ti seguono passo passo. Alla tenera età di 16 anni, in partenza per la gita di classe a Venezia con una testa che pareva un fungo atomico, capii anche la differenza tra l’essere bambine ed essere adolescenti: bambina è quella che si tiene la chioma che le è toccata in dote, adolescente è colei che si metterebbe volentieri una busta di plastica in testa per non farsi vedere, ma ormai che il danno è fatto (e l’umidità di Venezia fa il resto) si dipinge la bocca con un rossetto marrone opaco di Layla e prova a sorridere nelle foto in piazza San Marco.
Whitney è stato questo per me: sarei bugiarda a dire che è stata la star che più ho amato nella mia vita, ma mentirei anche se dicessi che non ha lasciato alcun segno nella bambina che ero e nella ragazzina che sono stata. Nicola Savino ieri mattina su Twitter ha scritto: “Ecco, un altro pezzetto della mia adolescenza muore con Whitney Houston”. Forse è così anche per me.
Forse un giorno applicherò ciò che adesso so sull’uso della voce in teatro (perché alla fine, le lezioni di canto continuo a non averle ancora prese) per riprovare a cantare fino in fondo I will always love you.
Un giorno.
Adesso no, perché oggi mi commuoverei alla prima nota, son sicura.
Advertisements

4 thoughts on “Di Whitney Houston e di quando le bambine diventano adolescenti

  1. Whitney Houston, in un certo senso, se n'era già andata anni fa. Di lei era rimasta sulla terra solo la parte umana, volubile, fragile.Ora che è volata via anche quella, rimane qui con noi solo la sua voce, così calda e avvolgente. Ma quella, almeno, sarà eterna.

    Mi piace

  2. E la cotta che avevo per Kevin Costner, ve l'ho mai raccontata? Che ridere! A vederlo ora mi sembra un vecchione – non a vedere come è ora, ma anche com'era allora! – ma alla tredicenne che era pareva un dio! 😀

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...