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Riprendere. Riprendersi?

Sono le 2.23 della notte tra lunedì 16 e martedì 17 mentre scrivo questo post. Nel migliore dei mondi possibili avevo immaginato di scriverlo lo scorso venerdì, ma dovevo ancora smaltire la stanchezza del giorno prima. Pensavo che avrei trovato il tempo di dedicarmici tra sabato e domenica, e invece ho reputato più urgente mangiare, bere, stare ore al telefono con le amiche, spalmarmi sul divano a leggere, uscire a fare asparagi, di nuovo mangiare, di nuovo bere, e finire di vedere Black Mirror (booom!).

Lunedì è arrivato troppo presto, e io da troppo tempo nella notte tra domenica e lunedì dormo troppo male, peggio che le altre notti, intendo. Ho troppe cose da fare, e se cedo alla stanchezza la notte mi si ripresentano tutte alla mente avvolte in una bella copertina d’ansia, e chi s’è visto s’è visto. Insomma questo post dovevo scriverlo tra qualche ora, nel mio bel martedì mattina in cui inizio a lavorare intorno alle 11, e invece domattina dovrò iniziare a lavorare all’ora di sempre e invece di farmi un bel sonno ristoratore due ore fa la mia testa ha deciso di non collaborare e portarmi prima a leggere (santo, santo Kindle), poi ad alzarmi per farmi una camomilla, poi a scrivere un po’ sul mio quaderno delle Pagine del Mattino, poi a trascinarmi di fronte al pc per aggiornare il mio CV con il mio titolo nuovo di zecca e a programmare questo post.

Perché sì, la novità bella è che giovedì mi sono laureata, fatemelo ripetere ancora un po’. Ho caricato una bella fetta di famiglia sul treno alle 8 del mattino e sono andata a pesca di benedizioni in Vaticano, per prima cosa. All’ora di pranzo ho messo le lenti (le mie occhiaie non hanno gradito), ho preso di petto il temporale che si stava rovesciando su Roma e mi sono avviata, con il mio drappello d’onore, verso la facoltà. All’inizio ho sentito che non avrei sopportato la prossimità di 15 altri candidati (+ i loro familiari) durante l’attesa (io ero la DODICESIMA), ma alla fine l’attesa è stata meno sfiancante del previsto; l’idea di non comprarmi un vestito nuovo per l’occasione è stata ottima dato che la toga data in dotazione dalla facoltà al momento della discussione avrebbe comunque coperto tutto, e tra discussione e proclamazione non si sono toccati i 15 minuti e va bene così. La commissione era più sfiancata di me, e lo sguardo dolce del mio relatore era l’unico appiglio su cui contavo, mentre è stato bello avere un interesse attivo da parte di tutti. Non so, forse c’era qualche appassionato di letteratura post-coloniale o di fantascienza, magari attivista sociale con a cuore le sorti del nostro pianeta, fatto sta che il mio adorato pippone dal titolo “Giving Voice to the Disaster: Climate Change Discourse from Literature to Social Movements” si è beccato il massimo dei punti disponibili e io me ne sono uscita da quell’aula con la fronte lucida e un sorriso che mi faceva il giro della testa. Mezz’ora dopo, con in mano un prosecco, era come se qualcuno mi ci avesse appena tirato un pianoforte, sulla testa, ma non credo di aver mai sopportato un mal di testa con tanto giubilo.

Ma documentiamo!
La luce faceva così schifissimo che mia cugina nel tentativo di migliorare l’esposizione delle foto dal mio cellulare è partita a scattare con un filtro rosato che mi aggrazia l’incarnato ma mi condanna a delle occhiaie ancora più profonde che in verità. Vabbè. Guardate l’espressione gaudente, e lasciate da parte il resto (compreso il doppio mento, grazie)

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Perché la tesi gialla? Mi piaceva così.
Che smalto avevi? So Many Clowns, so Little Time (OPI), le unghie a zero perché visto mai per l’ansia non mi inizio a mangiarmele per la prima volta in 37 anni.
Che rossetto avevi? Rebel (MAC) e sopra una passata di gloss anonimo
Ma possibile che i capelli non ti stanno in ordine neanche il giorno della laurea? Eh. Ero pure stata dalla parrucchiera il giorno prima (alla fine ho detto: “Tingi e aggiusta”), ma sembra che abbia sbagliato strada, lo so.

Posso chiamarlo “il giorno più bello della mia vita”? Non so, di sicuro uno dei più importanti, davvero. Una sensazione di sollievo misto a onnipotenza mista a vaffanculo sfiga, vaffanculo paura, vaffanculo sfiducia in me stessa. Anche se ora sono sotto un treno, anche se forse non dormirò neanche due ore. Adesso clicco “pubblica” così voi domattina quando vi sveglierete vi sparerete questo delirio mentre berrete il caffè e io sarò già al terzo o quarto. Sono le 3.09, do una rilettura veloce e clicco, dai. Sento M. in camera che si gira nel letto, non vorrei che si preoccupasse, per l’ennesima volta, per questa testa che si è inceppata, per questa ruota che non gira. So che tornerà a girare, ma questo non basta a fare meno male nel momento in cui si blocca. Un passo alla volta. Non può piovere per sempre. Me lo sillabo con attenzione, come un mantra, come una formula magica, in attesa che respirare torni a essere qualcosa di naturale.

Ah, un attimo, prima di inviare manca la cosa più importante, la mia dedica:

A nonno Lelio e nonna Gina, le radici,
a mamma e zio Ale, il tronco e i rami, 
a Massimo, le foglie, i fiori e i frutti

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4 risposte a "Riprendere. Riprendersi?"

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