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Riprendere da dove avevi lasciato

Buongiorno ragazze, e ben ritrovate. Mettetevi comode mentre apro le finestre e  sprimaccio i cuscini per far sì che questo torni a essere un luogo abitabile dopo questo lungo mese di silenzio. Come ho accennato anche sui social network, è stato un periodo di assoluto isolamento da tutto, con un contorno di immobilità forzata e intensa comunanza di spiriti con il mio notebook, la scrivania e la sedia. Le vacanze di Natale sono state interminabili ma allo stesso tempo sono volate alla velocità della luce, infatti sono rientrata al lavoro più stanca di prima. Aspettavo il 27 gennaio con terrore e con sollievo, e più quella data si avvicinava più aumentavano l’ansia di non farcela e la sensazione di onnipotenza. E oggi, finalmente, posso dirlo: a marzo (o ad aprile) mi laureo.

Per chi mi legge da relativamente poco o non mi conosce nella vita reale, c’è da fare un passo indietro: lo studio è sempre stato il mio ambiente naturale ma nel mio percorso accademico, a un certo punto, qualcosa si è inceppato. Quando nel 2005, una volta finiti gli esami della laurea magistrale, ho iniziato a lavorare alla mia tesi, ho sentito quasi subito che c’era qualcosa che non girava, che mi ha fatto dire “non ce la farò mai”. Sulle prime ho dato la colpa alla stanchezza, al fatto che anni di studio e lavoro con quei ritmi (e quei risultati) forse stavano presentando il conto, ma i mesi passavano e la palude in cui mi trovavo non si asciugava. È passato tanto tempo che la mia relatrice è andata in pensione, me ne hanno data un’altra, ho dovuto iniziare un altro lavoro di ricerca, mi sono bloccata di nuovo. Nel frattempo sono ingrassata, dimagrita, ingrassata di nuovo, dimagrita per l’ennesima volta, ho iniziato a lavorare nella scuola dove lavoro ancora, ho smesso e ricominciato a fumare una decina di volte, sono andata a convivere, ho smesso di scrivere, ho aperto questo blog, è morta mia nonna, sono stata in terapia, ho ricominciato a insegnare scrittura creativa, finché non ho deciso di mettere via questo obiettivo perché la vergogna di non farcela minava la mia autostima troppo a fondo.

Poi, nel 2013, davanti alla prima birra bevuta insieme, M. ascoltò la mia storia e mi disse: “Tu ce la farai, un giorno prenderai questo toro per le corna, ti chiuderai in casa per un paio di mesi e quando ne uscirai annuncerai che stai per discutere la tua tesi”.

Un mese dopo lui e io vivevamo insieme, ma di questa tesi il pensiero non mi sfiorava neanche il cervello. Anche se, sotto sotto, rosicavo. Perché io il mio titolo me lo meritavo sul serio, e non capivo come fare ad avvicinarmi a quel toro che negli anni era diventato sempre più grosso e incazzato.

Poi, nell’estate del 2016, ho capito due cose: che non sopporto neanche più di passarci davanti, alla mia vecchia facoltà, e che un titolo me lo sarei preso a tutti i costi. Così ho fatto un giro online e ho spulciato per vedere se, tra le università telematiche, ce ne fosse una con un corso più o meno affine al mio vecchio percorso, che mi consentisse, anche a fronte di qualche esame di raccordo, di voltare pagina e arrivare in fondo. Sono approdata a Roma, che offre un corso più improntato verso la comunicazione internazionale che non alla traduzione, dove mi hanno convalidato tutti gli esami di inglese e tedesco e poco più; rimanevano da sostenere solo 6 degli esami caratterizzanti, praticamente un anno di corso. Così mi sono imbarcata in questa avventura: a ottobre 2016 ho iniziato a studiare, due mesi dopo ho dato il primo esame e a novembre 2017 ho dato l’ultimo. All’inizio doveva essere un segreto tra me, M. e la direzione della mia scuola, per tenere basse le aspettative e cercare di contenere l’ansia, ma nel giro di poco ho capito che avevo bisogno di qualcuno in più che facesse il tifo per me e capisse come mai, per almeno un anno, chiedevo di essere lasciata in pace il più possibile, così si sono aggiunti le amiche, le famiglie, un paio di colleghe.

Nel ponte dell’8 dicembre ho iniziato a scrivere e il 24 gennaio ho spedito il pacco per Roma con le 3 copie stampate della tesi: solo allora ho sentito il gomitolo di panico che lentamente si stava allentando all’interno del mio stomaco.

In questo anno (e poco più) ho capito che sono più forte di quanto pensassi, e che POSSO FARCELA. Anche se negli esami orali sono una pippa come 15 anni fa, la mia testa è ancora l’alleata (e la nemica, talvolta) più potente su cui possa fare affidamento. Questo anno ha messo alla prova la mia autostima, la mia coppia e la mia salute in molti modi, ma adesso sono qui, con l’esaltazione di chi è scampato a una sciagura, e mi godo questo stato di grazia. Anche se nell’ultimo mese mi si è rotto il cellulare, sono finita in un fosso con la Seicento e mi sono resa conto di essere di nuovo un involtino di ciccia. Certo, non che adesso avrò tempo da vendere, dato che continuo a lavorare circa 10 ore al giorno, ma il fatto di non dover passare i weekend sui libri mi permetterà di ricaricare le pile tra una settimana e l’altra. Quando ho individuato la mia parola dell’anno alla base c’era proprio un progetto di questo tipo: rimettere in asse energie fisiche e mentali

energia

Su Instagram la annunciavo così:

Quest’anno la mia parola è ENERGIA, perché ho bisogno di muovermi, di mescolare, di ricaricarmi, di crescere in vigore, di darmi spazio, di coltivare e coltivarmi, di scorrere ed esplorare, di alimentarmi, metabolizzare e capitalizzare. Energia è ciò che ti mette in luce senza volerti per forza mettere in mostra. Energia come i miei muscoli, di cui tornerò a prendermi cura, ma anche come quelle forze, sottili e magnetiche, a volte (ma non sempre, ché di “dark romantic heroes” tra un po’ mi stufo anche nei libri) oscure, in qualche modo misteriose, che spostano le forze dentro e intorno alle persone, alle quali mi dedicherò con pienezza e gratitudine, perché mi permettono di vibrare a una frequenza a molti incomprensibile.

E adesso, sono pronta a ripartire: tra poco premerò il tasto “invia” e scenderò al piano di sotto per ricominciare i miei allenamenti. Ho ricominciato a scrivere, iniziando dalla revisione di vecchi racconti e dalla progettazione di nuove idee. I soldi che non dovrò più spendere per l’università saranno divisi in mucchietti: un po’ per l’auto nuova, un bel po’ per qualche viaggio. Sogno di tornare in Canada, dopo quasi 20 anni, e a tutti coloro che mi chiederanno “Cosa vuoi come regalo per la laurea” chiederò un contributo per questo obiettivo. Non devo chiedere il permesso a nessuno per brillare, questo credo di averlo imparato forte e chiaro. Ed è una bella sensazione.

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