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Caligola – Albert Camus

 Quando reciti sempre con le stesse persone, quelle che hai imparato a conoscere giorno dopo giorno, ora dopo ora, replica dopo replica, e ti fai dirigere sempre dalla stessa persona, che conosce tutto di te, che ti ha vista triste, felice, arrabbiata, in ginocchio, arrampicata su per le stelle, che ha sempre saputo che la voce ce l’hai ed è quella che ti ha aiutato a crederci e a tirarla fuori, che si è presa i vaffanculo, e anche gli abbracci, ecco, in questi caso il teatro è casa. 
Non che il palco sia un posto confortevole; il palcoscenico non può e non deve essere un posto confortevole, devi stare in tensione, devi vibrare, devi sudare e stare sulle spine. Ogni momento. Chi si allontana è perduto. Starci, starci dentro. 
Il teatro è lento, e faticoso, ed è bello per questo. 
Se sei in compagnia delle persone che conosci e ti conoscono così bene fa solo meno paura, ma non è meno difficile.
Quando a settembre mi sono unita al gruppo di lavoro di Caligola, l’ultima produzione del Teatro dell’Aglio, mi sono sentita un po’ spaesata all’idea di lavorare con un nuovo gruppo, sotto una nuova guida.  Tra loro l’unica con cui avevo recitato in precedenza era la piccola grande Rosa, quasi una vita fa. 
Gli altri: sconosciuti e semi-sconosciuti, per quanto provvisti di una faccia amichevole.
C’era da ricominciare tutto da capo. 
Dopo un anno senza calpestare le assi del teatro mi pareva una fatica immensa, ma è una sfida che volevo accettare, e che ho accettato. 
Gradualmente, ma non troppo lentamente, ho ritrovato quello che sapevo del teatro e l’ho unito a quello che ancora non sapevo, in attesa di scoprire le altre migliaia di cose che forse non scoprirò mai. 
Come quando stai per molti anni con la stessa persona e poi a un certo punto hai un nuovo uomo accanto a te, un nuovo corpo da imparare, nuove labbra da assaggiare, una nuova pelle da respirare, un nuovo codice con cui esprimerti, una nuova anima con cui sintonizzarti: c’è bisogno di entusiasmo e di fiducia, ma anche di pazienza. A me non mancavano.
Con la guida di Sandro, il nostro trainer, ho disposto davanti a me i limiti e le meraviglie di questo mio corpo che è cambiato così tanto in pochi anni da dover essere riscoperto da capo, ho ritrovato la mia voce, la concentrazione, le mani, la memoria, il respiro, lo sguardo. 
Ho trovato un testo, tradotto e adattato con passione e sapienza da Rosa, Roberto, Sandro e Michele, che parla di un tiranno con la passione per la libertà. Ho trovato un gruppo nel quale amalgamarmi, io che avevo detto “Mai più spettacoli con più di cinque persone, troppo chiasso intorno non mi piace più”. Ho trovato nuovi volti da dipingere e fotografare, e da guardare con gli occhi velati dalla commozione, nuovi abbracci in cui tuffarmi, vecchi e nuovi riti scaramantici. 
Tutti insieme, a tratti più o meno compatti, abbiamo lottato contro la stanchezza delle prove serali e contro l’ansia, contro le lenti che si appiccicano e il trucco che cola, contro gli oggetti di scena che sparivano misteriosamente e i mal di gola sempre dietro l’angolo. Ci si confronta con l’umano, a teatro, e non sempre è gradevole.
L’intervento di Paola e del suo pianista, Dario, hanno aggiunto il pezzetto che mancava a completare il quadro: la potenza e la grazia della musica. 
Sono state quattro repliche molto intense, mi chiedo se quelle che verranno riusciranno a essere così emozionanti, ma l’emozione non è un pozzo che si prosciuga, è una fonte che si autoalimenta di continuo. Questo ho scoperto con voi in questi mesi, in questi giorni, mentre vi spalmavo in faccia chili e chili di ceroni e ombretti colorati, ogni volta che ho appoggiato la mano sulla schiena calda di Michele nella scena del contravveleno, ogni volta che la botola della buca dell’orchestra si chiudeva di botto facendomi sobbalzare, ogni volta che mi sono frugata la tasca per vedere se il rossetto era ancora lì, ogni volta che… vi ho guardati, e vi ho riconosciuti. 
Alla prossima, mes amis…
SIAMO ANCORA VIVI. 

(Backstage: foto di Irene Di Natale e Roberto Raso) 
Le foto di scena ufficiali della fantastica Chiara
Francesca Lenzi parla di noi su “Il Tirreno” di oggi. 
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