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Oggi, dieci anni fa

Ero senz’altro più magra. Più vergine, non solo da quel punto di vista. Avevo il cuore a pezzi per un amore finito ma dal quale non sapevo staccarmi del tutto. La sera lavoravo al ristorante, la mattina dormivo, dopo pranzo davo lezioni di inglese. Avevo appena comprato il mio primo pc e attivato la mia prima connessione internet. Di sicuro avevo un esame da preparare, ma credo che stessi rimandando il più possibile. Non sapevo cosa ne sarebbe stato di me, provavo intanto a vivere un giorno alla volta senza ripetermi  in testa il nome di Filippo di continuo, come in un rosario lungo chilometri. Guardavo Allie McBeal e avevo di indossare tailleur e anfibi. Avevo spesso voglia di piangere, e spesso piangevo. Avevo anche spesso voglia di urlare, ma in quello mi davo una regolata.
Quel giorno a lezione dalle 15 alle 16 avevo Jacopo, rugbista, cinque anni più giovane ma più alto di me di una spanna (o due). Riaccendo il cellulare alle 16.05, e trovo un sms della mia amica F.:

“Oh Irene, hai visto che casino a New York?”

New York. Filippo. Boccheggio. Il giorno dopo avrei dovuto incontrare Filippo per salutarci prima della sua partenza per New York, prevista per il 13 settembre. Direzione: Manhattan, a casa del suo amico (Marco, forse? Quante cose si dimenticano, in dieci anni). Boccheggio. Accendo la tv. Tg speciali ovunque. Un aereo che entra in un edificio come un ago in un pezzo di stoffa. Un videogioco? Un set hollywoodiano? No, le Twin Towers. È un bel casino.
Accendo il pc. E-mail assolutamente delirante a Filippo. Bus per andare al lavoro. Gli operai del turno spezzato che non sapevano niente, le notizie che continuavano ad arrivare dal tg radio, Filippo che mi dava notizie del suo amico (Marco, sì, sono quasi sicura che si chiamasse così. O forse era Luca?) via sms.
La bandana di Riccardo, quella con la bandiera degli Stati Uniti, abbandonata su una sedia del ristorante è la prima cosa che vedo quando arrivo al lavoro. La voce di suo fratello Massimo è la prima cosa che sento: appoggiato al bancone del bar, osserva lo schermo dove gli aerei continuano a schiantarsi a ripetizione nelle Torri e constata: “Laggiù da Bin Laden ora ci verrà fuori un parcheggio”.
Abbiamo tutti un ricordo personale di quel giorno che ha cambiato per sempre la storia dell’umanità. Il mio è questo e, dopo tanti anni, eccolo qua, nero su bianco. Io stessa cerco di prenderne le distanze, quando e se mi riesce. Mi sembra passata una vita. Dieci anni, in effetti, sono circa un terzo della mia vita.
Ah, volete sapere com’è andata a finire, poi, per me?
Filippo alla fine non l’ho incontrato. Il suo viaggio è saltato (ma ci sarebbe davvero dovuto andare? è la domanda che mi feci più di una volta), e quindi anche il nostro commiato è slittato in fondo alla sua lista delle priorità, per poi uscirne velocemente. A New York non so se lui c’è stato. Io no, e continua a non essere tra i luoghi da visitare al più presto. Devo ancora farci pace: nella mia testa questa città è ancora troppo legata alla ragazzina ferita che ero, e ogni volta che credo di essere pronta ad affrontarla, poi faccio un passo indietro all’ultimo momento.
Un mese dopo stavo insieme a Riccardo. Ci è voluta molta pazienza, all’inizio: più che stare insieme, i primi tempi abbiamo fatto una specie di mutua fisioterapia emozionale. Poi dalle macerie di quell’amore ne è nato un altro. Più saldo, che dura tutt’ora. Si può sempre ricostruire: è faticoso, ma niente ci impedisce di provarci.

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