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GOD IS SOUND – Afterhours a Piombino (Li) – 29 luglio 2011

Era il primo concerto, dopo anni, a cui assistevo insieme a Kikka, Federico (coi quali mi avventurai anche all’MTV Day di Bologna, edizione 1999, di cui forse vi parlerò, un giorno, se proprio volete morire dalle risate) e Claudio. Il primo insieme a Emanuele, il fratellino di Claudio, e le grintosissime Ilenia e Silvia. 
Voleva essere un post pieno di quelle piccole foto insignificanti ai più, ma che raccontano la storia della serata: volevo fotografare i panini e le birre del pre-concerto, le nostre “facce da concerto”, entusiaste prima dell’inizio dello spettacolo, estasiate durante, devastate alla fine. 
Volevo immortalare le sigarette spente al volo mentre le luci si abbassano e la musica inizia, le mani tese in aria, le scarpe sporche, i bicchieri di plastica sparsi per la piazza alla fine di tutto. E magari registrare un po’ delle nostre voci rauche mentre ci sgolavamo a cantare Bye Bye Bombay. Speravo di sentire Musa di nessuno, e avere ancora un po’ di batteria per riprenderne un pezzetto. Ma alle 20 il mio cellulare si è cappottato, e addio foto. Quando ho capito che si stava mettendo male con la batteria ho rinunciato a scattare foto prima del concerto, ma non è bastato: non ho neanche potuto chiamare Riccardo per la classica telefonata in cui chi è rimasto a casa esita un attimo perché non capisce come mai te che sei al concerto stai chiamando a quell’ora, e quando dice “Pronto” per un po’ sente solo un gran brusio ma piano piano riesce a capire che quel casino è una canzone, e per un po’ riesce anche a capirla, e canticchiarla, finché dall’altra parte chi ha chiamato grida “Hai sentito? Ti amo! Vorrei tu fossi qui!”. 
Ma in fin dei conti non c’è nessuna canzone degli Afterhours che Riccardo avrebbe potuto riconoscere veramente, e allora non avrebbe avuto tutto quel senso. 
Chiara sì, avrebbe capito, al volo. A lei avrei fatto ascoltare La vedova bianca o La sottile linea bianca. Tanto per far dimezzare la voce anche a lei in un colpo solo. 
E invece ci siamo dovuti accontentare di fare quello che si faceva ai concerti prima dell’avvento dei cellulari: saltare, gridare, piagnucolare, tenersi la mano, difendersi dal pogo troppo violento, specialmente ora che l’età avanza, perdere la voce, guardare il cielo e pensare: “Voglio che questo concerto non finisca mai”. Comprare una maglietta, anche, perché finalmente, a differenza dei tempi in cui eravamo veramente delle bestie da concerto, comprare un biglietto e una maglietta non rischia di mettere a repentaglio il bilancio di tutto il mese. 
Sono stata in grossa crisi per la scelta tra la t-shirt con la piovra della locandina del tour e quella con la scritta God is Sound, come quella con cui il signor Agnelli si è presentato in scena
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Sì, l’ho pensato anch’io: “Quest’uomo è un genio”. Ma anche “Si è bevuto il cervello”, perché quando è apparso sul palco il contrasto tra la mise leggermente aggressiva e il piglio stralunato incorniciato da chiome extra-straight che lo faceva somigliare più del necessario a Severus Piton di HP, ci aveva fatto temere il tracollo pre-geriatrico. E invece, signore mie… sarà che l’amore assoluto che provo per Agnelli mi priva di imparzialità, sarà che quando prende in mano quella chitarra mi iniziano a strillare anche le budella, sarà che sì, puoi ascoltare i dischi quanto vuoi, ma ai concerti sentirai sempre qualcosa di diverso… insomma, dopo le prime due strofe della canzone d’apertura (La verità che ricordavo) io ero già in delirio. 
E, qui lo dico e qui lo nego, pronta a tatuarmi quella scritta in un posto che ancora non so. 
C’è che il signor Agnelli – qui lo dico e qui lo ribadisco, tanto ormai dopo i discorsi che mi hanno sentito fare ieri sera il pudore l’ho perso del tutto – anche se gli anni passano varrebbe bene una strapazzata. Con quel braccio pallido, sì, ma scolpito al punto giusto che non ti aspetteresti su un uomo che ha i fianchi di Kate Moss, poi. A ogni pizzicata di corda, un guizzo del bicipite. Non mi ci fate pensare, ché mi commuovo di nuovo.
C’è che c’è stato un momento in cui avrei barattato la possibilità di saltare e urlare per avere una macchina fotografica vera e trovarmi appoggiata alla transenna a fare foto (cosa che non mi avrebbe impedito comunque di urlare e lanciare baci e magari anche sollevare le mani di tanto in tanto), perché è come se ormai i miei veri occhi fossero solo dentro un obiettivo. Mi emoziono, sì, e tanto, ma vedo e sento meglio attraverso l’apparecchio fotografico. La prossima volta, ormai.
C’è che quando esci da un concerto coi piedi, la schiena, le gambe a pezzi, la gola in fiamme, la maglia e i capelli zuppi di sudore, e gli occhi che sembrano pulsare ancora di musica e parole, no, non c’è niente di più bello. 
Anche se non mi avete fatto Musa di nessuno (ma in compenso ho avuto Pelle, e direi di poterci stare).
Alla fine del concerto, dicevamo, pieni di lividi e con l’adrenalina ancora in circolo, ci siamo appostati in cerca di autografi. E io ho fatto quello che ho fatto sempre: me ne sono rimasta in un angolo, a vedere Manuel e gli altri che baciavano, stringevano mani, parlavano e si lasciavano fotografare insieme ai fan. Non mi sono neanche avvicinata a sentire la loro voce. Mi succede sempre così: blatero, blatero, blatero, mi strappo i capelli… ma poi preferisco che il mito rimanga lì, a un passo di distanza, dov’è giusto che stia perché sia ancora un mito. Però la prossima volta, se mi capita, voglio provare a fare qualche passo in più per cercare di vedere da vicino le mani di Manuel. Se non avrò paura di fare del male al mio sogno, una gliela stringerò anche, per sentire com’è la pelle di chi ha scritto cose come tu sei troppo bianca per restare mano nella mano con te stessa e non voglio certo che tu sia la mia più bella cosa mai successa.

E la maglietta? Quale ho preso alla fine? 
E come farò a ricominciare a parlare senza cantilenare strofe delle canzoni degli Afterhours? 
Ma soprattutto, quando potrò ricominciare a parlare?
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