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Che sapore ha il primo maggio?

Per me il primo maggio ha sempre avuto il profumo di baccelli freschi e di cacio pecorino.
I miei zii venivano giù da Torino e via alle gozzoviglie!
Con gli anni ha preso a sapere anche di vino rosso, di goffe partite a pallavolo su prati affollati, della prima, timida abbronzatura e un paio di volte anche del primo bagno della stagione (poi mi sono trasformata in una freddolosa cronica e ho sempre mandato avanti gli altri).
Un anno il primo maggio sono tornata dalla gita in Danimarca, lasciando l’aeroporto di Copenhagen con le lacrime agli occhi e cantando Brothers in arms a una voce sola coi miei nuovi amici, un’altra volta ho passeggiato con una collega per una Bruxelles deserta.
Ho rischiato di farmi sparare da un militare per una strada sperduta delle campagne toscane, augurandogli “Buona giornata” dopo che ci aveva controllato i documenti sotto il sole cocente mentre tutti facevano scampagnate e Riccardo e io ascoltavamo a tutto volume il concertone alla radio
(a proposito, era l’edizione condotta da Bisio che andava in onda con una differita di circa 30 secondi, quando si dice che siamo un paese libero).
A volte ho lavorato, ma senza sentirmi troppo sacrificata, perché in fondo il lavoro va preso quando c’è.
Il primo 1. maggio insieme a Riccardo l’abbiamo passato a letto, nel mio appartamento da studentessa a Pisa. L’anno prima pioveva, io preparavo un esame di linguistica mentre vedevo il concertone in tv, avevo il cuore a pezzi e pioveva a dirotto.
Quasi sempre la musica l’ha fatta da padrona, in qualche modo.
Al famoso concertone di Roma non ci sono mai stata, alla fine: con gli anni sono diventata insofferente alle folle troppo numerose, ma ho sviluppato una preferenza verso i luoghi dove si riuniscono piccole quantità di persone per ballare, ascoltare musica e pensare.

Ieri ho trovato il posto ideale: nel piazzale di Villa Lanzi, un’area per lo più deserta ai piedi della Rocca di San Silvestro (Campiglia Mma, Li), si sono raccolti in tanti.
Con Rabbia e con Amore è il titolo della manifestazione dove ancora una volta ho sentito i Creuza de Ma cantare De André, dove i migranti che hanno trovato una nuova casa in questa zona hanno condiviso con noi danze e sonorità delle loro terre lontane. E dove ho visto le ragazze della scuola di danza Soul of Dance tenere il pubblico sintonizzato sulle loro frequenze per una buona mezz’ora, mentre loro portavano l’attenzione al delicato tema delle morti sul lavoro,
legato indissolubilmente al diritto dell’uomo al lavoro, alla salute, alla dignità.
Una danza scandita da documenti sulle vittime di ambienti di lavoro non sufficientemente sicuri, guarnita con l’intensa espressività delle giovani danzatrici, con le loro (e le nostre) lacrime per buona parte della loro esibizione, che si è conclusa nel bel mezzo dell’installazione a cura di Eraldo Ridi che aveva come tema, appunto, il continuo sgocciolare di vite che ogni anno avviene nei luoghi di lavoro.

Se c’è ancora l’idea che durante i giorni di festa si debba spegnere il cervello,
è bene togliere di mezzo questa convinzione, al più presto.

Quando, risaliti in macchina, abbiamo sentito i Modena City Ramblers alla radio, è stato un proseguimento più che adatto al nostro pomeriggio:

Infine, loro: senza la Bandabardò che primo maggio è?

E per voi? Che sapore, che odore, che musica ha il primo maggio?

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