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L’ora della tortura (epidemica)

Ci si potrebbe rimettere l’orologio: alle 12.30, alle 19.30 e alle 23.30, a un certo punto un grido disperato squarcia l’aria immobile, seguito da un pianto dirotto. Di solito è un due-treenne paonazzo, spesso anche un quattro-cinquenne in grado di recriminare, supplicare e lanciare a sillabe smozzicate accuse e ingiurie assortite, tipo: “Me l’avevi promesso, bugiarda!”, “In collo”, “Cattivo”, “Brutta”, “Voglio quello”…

Attenzione, non sono semplici capricci. Non sempre, almeno. A volte è solo sfinimento. Più si avvicinano le 12.30, le 19.30 o le 23.30, più è probabile che la stanchezza sia la causa di questi accessi di disperazione.
Perché?

  • Perché alle 12.30 il bambino, che è stato trascinato in spiaggia dalle 8.30 “perché quelle del mattino presto sono le ore migliori” (chi se ne frega se l’ideale sarebbe anche rientrare alle 11, la lezione di acqua-gym inizia proprio a quell’ora!), viene trascinato, ormai rosolato, per negozi, perché manca il sugo per la pasta o si è sgonfiato il canotto e bisogna fare un salto in centro prima dell’ora di chiusura. Sabbiosi, appiccicosi, assetati, salati, accaldati e affamati. Piangerei anch’io.
  • Perché alle 19.30 lo stesso bambino, che dopo pranzo è stato costretto a fare un pisolino e si è svegliato più elettrizzato di prima, è stato poi trascinato in centro alle 17 “perché per andare in spiaggia è troppo caldo, ma almeno così respira un po’ d’aria di mare”. Qui i genitori si barcamenano tra negozi che il bambino scambia per Luna Park e gelati, succhi di frutta, Coca Cola, caramelle gommose ed Estathè, che innalzano paurosamente il livello di zuccheri (e di vitalità) della creatura, salvo poi calare, ancor più paurosamente, vicino all’ora di cena. Cosa c’è di peggio di un crollo glicemico e nervoso allo stesso tempo? Niente.
  • A parte la crisi di pianto delle 23.30, of course. Perché dopo cena il bambino viene nuovamente conficcato nel passeggino e portato a spasso. Ormai i negozi sono già stati visti tutti nel pomeriggio, allora che si fa? Si cammina. Una noia mortale anche per i genitori, figuriamoci per i bambini, che oltre a non percepire neanche un filo dell’arietta fresca che sta refrigerando chi è più in alto di loro, nella loro posizione, nella folla, si beccano in pieno le leccate dei cani di taglia grossa, il fumo delle sigarette, le flatulenze, le borse a tracolla lasciate penzolare, e pure le boccacce e i pizzicotti dei bambini poco più grandi di loro, che li sbeffeggiano per la loro cattività. Un giro di giostra, lo zucchero filato, un palloncino a forma di Winnie the Pooh possono rimediare alla situazione solo momentaneamente. Ricordiamoci che il bambino alle 8.30 era già in spiaggia, e che come stimolo non ha neanche quello di sfoggiare gli shorts e i caftani che in città non riesce mai a tirare fuori dall’armadio.

E quando tutte queste miserie sommate risultano insopportabili, ecco il pianto disperato, il singhiozzo squassante, le grida incontrollate accompagnate, nei casi più eclatanti, da rigidità delle membra e principi di embolia. Sembra che stiano torturando un innocente è il pensiero che serpeggia tra i passanti preoccupati, e invece è come un richiamo. Uno attacca, e gli altri bambini alle prese con le stesse tabelle di marcia lo seguono, come a dire

“Se ti arrendi tu, allora ci arrendiamo tutti”.

Un domino di sistemi nervosi.

Alle 12.30, alle 19.30, alle 23.30, quando i bambini piangono in coro, è l’ora di andare a casa, per tutti.

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3 thoughts on “L’ora della tortura (epidemica)

  1. :-DDD stupendo questo resoconto Amica!Ma sai che lo dico sempre anche io (che poi non e' che ami piu' di tanto i marmocchi) che sottoporli a questi pazzeschi tour de force e' praticamente una violazione dei loro diritti umani?!?

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